🌱 #5 Conti Vecchi, l’oro bianco delle saline alle porte di Cagliari
Ciao! Bentornatə su Paludi, la newsletter di FACTA sulla natura più bistrattata e preziosa d’Italia.
Siamo Giulia Bonelli ed Elisabetta Tola, giornaliste e co-fondatrici di FACTA, e oggi ti scriviamo dalla Sardegna, dove siamo finalmente tornate (ci mancava!) per fare un po’ di lavoro sul campo sulle nostre care zone umide.
Questa volta ci stiamo concentrando sulle saline, ambienti affascinanti dove natura e attività produttiva si incontrano. E, qualche volta, possono farlo in modo armonico. Come nel caso delle saline Conti Vecchi, alle porte di Cagliari. Qui l’estrazione del sale, che ancora oggi si aggira intorno alle 400 mila tonnellate annue, si combina con un’attenta azione di protezione ambientale e del territorio.
Questo “matrimonio” tra zone umide e industria è possibile perché dal 2017 la valorizzazione delle saline Conti Vecchi è affidata al Fai, il Fondo per l’ambiente italiano. Ciò che a noi interessa capire è in che modo la sostenibilità economica si combini con quella ambientale, e se il “modello Conti Vecchi” sia potenzialmente esportabile in altre saline meno fortunate.
Ti chiediamo una mano: se ti è capitato di visitare o studiare le saline Conti Vecchi, scrivici rispondendo a questa mail: ci piacerebbe molto ascoltare la tua esperienza. O se conosci saline, in giro per l’Italia, dove la dimensione economica ben si integra con quella ambientale e naturalistica, faccelo sapere. Siamo sempre alla ricerca di nuove storie.
Oltre che durante questi giorni, continueremo a raccogliere testimonianze su Conti Vecchi e altre saline anche nei prossimi mesi, nell’ambito di un progetto d’inchiesta di FACTA in collaborazione con giornalistə del Centro del giornalismo investigativo del Montenegro CIN-CG di cui presto ti potremo dire di più.
Buona lettura!
Giulia & Elisabetta

Storie: il decano delle saline
L’ingresso a Conti Vecchi fa un certo effetto. Costruite sui 2.700 ettari dello stagno di Santa Gilla, le saline sono state realizzate a partire dagli anni successivi alla Grande Guerra da Luigi Conti Vecchi, immaginifico ingegnere toscano. All’epoca era un progetto ambizioso e lungimirante: non soltanto pensato in chiave estrattiva e industriale, ma anche sociale e culturale.
Oltre all’impianto di raccolta, è nata infatti una sorta di “comunità del sale” dotata di case, laboratori, spazi comuni, persino un asilo e una scuola. Tutto pensato per le famiglie degli operai, dei tecnici e dei dirigenti che lavoravano alla salina, convivendo nel villaggio di Macchiareddu.
Oggi in questo spazio un’immensa area naturalistica si interseca con un sito di archeologia industriale, all’interno di quello che è un impianto tuttora produttivo. I fenicotteri posano indisturbati agli angoli delle vasche di sale, mentre i visitatori ammirano i colori indescrivibili di questo “oro bianco” di Sardegna, riflesso negli specchi d’acqua. Trasportati, in piccoli gruppi alla volta, da veicoli elettrici guidati esclusivamente dalle guide naturalistiche che accompagnano le visite.
Qualche volta sale a bordo anche un signore dalla folta chioma bianca, con gli occhi che guardano sempre lontano. E allora quel percorso attraverso le saline diventa un indimenticabile viaggio nel tempo. Lui è Giorgio Lecca, ed è l’ultimo dei nati nella comunità del sale. Classe 1934, è nato e cresciuto nel villaggio di Macchiareddu e ha lavorato nelle saline.
Nel preparare le interviste che dobbiamo fare in questi giorni, ripercorriamo il materiale raccolto l’ultima volta che siamo state a Conti Vecchi. Era il febbraio 2024, l’anno in cui Giorgio Lecca compiva 90 anni.
«Io sono nato qua», ci racconta. «Mio padre guidava il pullman che da Macchiareddu portava gli studenti a scuola a Cagliari e poi prima delle 8 del mattino ripartiva da Cagliari e portava gli operai specializzati per lavorare in salina. Tornitori, fresatori, carpentieri.»
Crescendo, anche Giorgio Lecca è diventato operaio specializzato a Conti Vecchi, fino ad assumere il ruolo di direttore della manutenzione. È stato lui a progettare e costruire le cinque macchine raccoglitrici cingolate che all’epoca hanno rivoluzionato la raccolta del sale, abbattendo i tempi di lavoro e raggiungendo una portata di 800 tonnellate all'ora. Ce le ha descritte minuziosamente con una precisione e un orgoglio che hanno continuato a risuonarci in testa per un bel po’.

Ma oltre a lavorare e fare carriera nella salina, Giorgio era parte integrante della comunità che cresceva intorno alla salina. «Avevamo un’intensa vita sociale», ricorda. «A Macchiareddu c’era un centro ricreativo per il dopolavoro, un campo di bocce e tre campi da tennis. Parlo del 1940: i campi da tennis non esistevano neanche a Cagliari. Io invece a 6 anni ho iniziato a giocare a tennis. Ho fatto anche tornei di un certo livello in territorio nazionale. E non ho mai smesso. Ieri ad esempio ho giocato a tennis.»
Vuoi suggerirci anche tu una salina da raccontare? Rispondi direttamente a questa mail: non vediamo l’ora di entrare in contatto!
Paludi e… i battiti sonori di Angus Bit
Tra i nostri incontri sardi, c’è stato quello con un giovane musicista e compositore il cui approccio artistico ci ha ricordato quelle contaminazioni che tanto ricerchiamo qui in Paludi.
Angus Bit costruisce le sue tracce a partire da suoni naturali raccolti, campionati e rielaborati: passi, vento, acqua, frammenti di voci, suoni della natura che diventano ritmo e materia musicale. Nella sua visione, non esiste “rumore”, ma solo suono da trasformare.
Tutto questo si trova nell’album NOBA, che Angus Bit definisce “lo stupore per l’ordinario”. Ed è un tipo di immersione musicale che ci ha ricordato quello che si prova attraversando una salina. Un universo sonoro che attiva immediatamente pensieri e ricordi.
Grazie per aver letto fin qui. Se vuoi mandarci un commento, hai notato un’imprecisione, vuoi suggerirci la tua palude del cuore, o anche solo vuoi entrare in contatto, scrivici rispondendo a questa mail: ne saremo contentə!
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